La capacità di essere solo

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La capacità di essere solo

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“La capacità di essere solo” è il titolo di un interessante saggio di Donald W. Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico, noto in tutto il mondo per il suo contributo fondato su una estesa esperienza clinica con bambini e adolescenti.

Secondo Winnicott la capacità dell’individuo di essere solo è un fenomeno altamente raffinato e uno dei segni più importanti della maturità nello sviluppo affettivo. Di fatto, la capacità di stare da soli viene considerata come una competenza fondamentale per la costruzione della propria identità, per la costruzione delle relazioni con le altre persone e per godere della solitudine (solitudine intesa in senso positivo e non come fattore di ritiro e di ripiegamento su di sé).

L’autore colloca l’origine della capacità di essere solo in una fase molto precoce della vita del bambino e il suo sviluppo avrebbe un fondamento paradossale: una precoce esperienza di solitudine in presenza di un’altra persona (la madre o un sostituto materno).

Winnicott definisce questo particolare tipo di rapporto relazionalità dell’Io, cioè la capacità di essere in rapporto con un altro individuo. Più specificatamente, la relazionalità dell’Io è una caratteristica che definisce un rapporto tra due persone, in cui uno o entrambi sono soli, ma la presenza di ciascuno è importante per l’altro. Un esempio è il rapporto che si instaura dopo un atto sessuale: si è “potenzialmente” in relazione nel senso che si è soli, ma questa solitudine è arricchita dalla presenza dell’altro.

Secondo Winnicott la capacità di essere solo affonda le sue radici nella relazione madre-bambino ed è dalla qualità di tale relazione che dipenderà la possibilità di non sperimentare vissuti di angoscia e disagio ogni volta che ci si ritrova soli, anzi di provare un senso di benessere per la possibilità di stare in contatto con sé stessi in maniera consapevole, comprendendo in modo profondo i propri bisogni e le istanze più intime.

In particolare, per l’autore è fondamentale che la madre sappia sostenere il bambino nelle fasi in cui comincia a comprendere la propria autonomia esistenziale, aiutandolo a tollerare l’angoscia che questa scoperta gli provoca. Per un bambino piccolo, infatti, l’essere solo in presenza di un’altra persona può verificarsi solo perché l’immaturità del suo Io è equilibrata dal sostegno dell’Io fornito dalla madre.

La madre costituisce per il proprio bambino l’ambiente che lo protegge e gli consente di raggiungere la fase dell’Io sono, fornendogli la base per il senso di strutturazione e di continuità dell’essere. La fase ulteriore dell’Io sono solo presuppone invece anche la consapevolezza da parte del bambino della continuità dell’esistenza di una madre affidabile.

Col passare del tempo il bambino diventa capace di rinunciare alla presenza reale di una madre o di una figura materna, istituendo un “ambiente interno” in grado di renderlo sicuro anche quando è da solo. A poco a poco l’ambiente che sostiene l’Io viene introiettato e strutturato nella personalità dell’individuo, così che si forma una capacità di essere solo di fatto. Anche così, in linea teorica, c’è sempre presente qualcuno, che viene, inconsapevolmente, equato alla madre, e cioè alla persona che nei primi giorni e settimane di vita si era identificata temporaneamente col proprio neonato e che, in quel periodo, non si interessava ad atro che a assistere il proprio piccolo.

Per concludere, la situazione di solitudine è qualcosa che (sia pure paradossalmente) implica sempre la presenza di un’altra persona.


Fonti
Winnicott S.W The capacity to be alone. International Journal of Psychoanalysis1958; 39: 416-20.  Traduzione italiana in “Sviluppo affettivo e ambiente” Armando Editore, Roma, 1970.


D.ssa Maria Rita Milesi - Psicologa e Psicoterapeuta Bergamo
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