L’essere umano e il rischio

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L’essere umano e il rischio

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In questi giorni ho avuto il piacere di rileggere “Il bene il male e la scienza. Le dimensioni etiche dell’impresa scientifico-tecnologica”, di Evandro Agazzi (mio professore del corso di “Filosofia della Scienza” ai tempi dell’università).

Ho trovato di particolare interesse psicologico l’undicesimo capitolo, dedicato al rischio. Pur trattando il problema del rischio in connessione allo sviluppo della scienza e della tecnica, tuttavia Evandro Agazzi sviluppa delle riflessioni di carattere più generale, legate al rapporto che l’uomo, in quanto essere vivente capace di prendere in mano il proprio destino, ha con il rischio.

Solo l’essere umano può rischiare

Secondo l’autore, la Natura non conosce il rischio, poiché non conosce la categoria della scelta e, più esattamente, della decisione, mentre il rischio è intrinseco a qualunque progetto umano, in forza delle componenti fondamentali che questo comporta.

“Il rischio è profondamente inerente alla natura e all’azione umana. Lo è in modo radicale e profondo, secondo due sensi diversi e complementari: per un verso si deve riconoscere che l’uomo è il solo essere autenticamente capace di rischiare; per un altro verso si è costretti ad ammettere che egli non può mai sfuggire al rischio, che è inevitabilmente soggetto al rischio. […] Dunque, solo l’uomo può rischiare, e ciò è innanzi tutto un segno della sua grandezza: tra gli esseri di questo mondo, egli solo può operare delle vere scelte, prendere delle decisioni, proporsi una modificazione dell’esistente, far progetti per creare oggetti, istituzioni, situazioni nuove, impegnarsi nella realizzazione di se stesso e dei suoi desideri, proporsi di costruire il suo futuro e rappresentarsi consapevolmente i propri obiettivi e le possibilità di realizzarli.

Ma, accanto a ciò, egli è costretto ad accettare la propria finitezza, tanto nell’ordine della conoscenza quanto nell’ordine della possibilità di padroneggiare le circostanze e di conciliare i propri fini, nel quadro della limitatezza delle sue capacità di previsione, non meno che per il fatto radicale di esser soggetto alle vicissitudini del tempo. Ecco perché le sue azioni sono sempre impregnate di rischio, ecco perché non può mai sfuggire al rischio.” (pp 200-202).

Il rischio come categoria antropologica

Secondo l’autore, dal momento che il rischio caratterizza l’uomo, il rischio è una categoria antropologica fondamentale, paragonabile ad altre, come ad esempio quella della libertà o della razionalità. Pertanto “una vita umana che rifiutasse il rischio sarebbe tanto poco umana quanto una vita che rinunciasse all’uso della ragione o all’esercizio della libertà. In effetti, una vita giocata all’insegna dell’assenza totale di rischio sarebbe puramente e semplicemente una vita svuotata di senso, poichè il rischio più fondamentale cui si trova esposto ogni uomo è già semplicemente quello dell’orientamento della propria esistenza, ossia il rischio di perder tutto o di guadagnare tutto nel senso di perdere o salvare se stesso.” (pp. 202-203)

Temperamento e rischio

Penso sia opportuna, a questo punto, una considerazione di carattere psicologico: ogni essere umano si comporta diversamente rispetto agli stimoli proposti dall’ambiente: esistono persone portate ad esplorare attivamente l’ambiente (e quindi a rischiare di più) ed altre, per temperamento, più prudenti ed inclini ad evitare certe situazioni adottando un comportamento più passivo (e quindi rischiano di meno). Queste predisposizioni si riscontrano già chiaramente in tenerissima età.

Psicopatologia e rischio

L’estremizzazione di questi atteggiamenti può assumere caratteri patologici: pensiamo a persone che agiscono molto impulsivamente, senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni (per esempio personalità borderline o sociopatiche). In questo caso vi è una sottostima del rischio connesso ad un dato comportamento o decisione. All’estremo opposto si trovano persone fobiche, caratterizzate da una percezione esagerata del pericolo e quindi orientate all’evitamento.

I disturbi d’ansia, per esempio, limitano molto la libertà della persona: pensiamo a chi soffre di attacchi di panico e teme alcune situazioni, come i luoghi affollati, la lontananza da casa, l’utilizzo di mezzi pubblici, etc. I sintomi d’ansia, se non trattati, finiranno con il limitare gravemente la possibilità di scelta e dunque la realizzazione di sé.

Questo discorso meriterebbe certamente ulteriori approfondimenti, che però non verranno trattati in questa sede. Mi avvio alla conclusione, con una riflessione tratta dal libro di Evandro Agazzi.

Conclusione

“In effetti, ogni uomo si pone il problema di non sperperare la propria esistenza, ossia di spenderla in modo da conseguire la felicità. In ultima analisi, questa felicità consiste nella possibilità di realizzarsi in pienezza e autenticità, e ciò comporta sempre delle scelte e delle decisioni (bisogna sempre rinunciare a qualche cosa per raggiungere i propri fini) e comporta quindi dei rischi. Rinuncia alle scelte e alle decisioni significa semplicemente assenza di orientamento, assenza di significato, alienazione profonda: di fronte alla posta globale della propria esistenza, l’uomo che non è disposto a correre nessun rischio rinuncia di fatto alla propria realizzazione.” (p. 204)


Fonti
Agazzi E. “Il bene il male e la scienza. Le dimensioni etiche dell’impresa scientifico-tecnologica” Rusconi Editore, Milano, 1992

D.ssa Maria Rita Milesi - Psicologa e Psicoterapeuta Bergamo
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