Il buon samaritano

Disagio emotivo

Il buon samaritano

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La parabola del buon samaritano ci insegna a prenderci cura del prossimo, non solo delle persone che ci sono vicine e che amiamo, ma dell’ “altro” che si trova in difficoltà, chiunque esso sia.

Nel concreto, come ci comportiamo? Immaginiamoci un incidente stradale, un’aggressione, il malore di una persona. Siamo davvero sempre pronti ad intervenire?

Dai fatti di cronaca emerge che di fronte ad aggressioni, incidenti o ad altre situazioni di pericolo non vi è sempre un'attivazione di chi vi assiste. La reazione dei presenti può andare dall'indifferenza a una moderata curiosità; spesso il compito concreto di portare aiuto è lasciato gli amici della vittima oppure alle autorità. Pochi si assumono la responsabilità di intervenire fattivamente.

La diffusione di responsabilità

I ricercatori John Darley e Bibb Latané hanno indagato le motivazioni soggiacenti a questa presunta indifferenza. Per prima cosa hanno sottolineato un fatto curioso: mentre sembrerebbe ragionevole supporre che più sono le persone che assistono ad un incidente, più è probabile che la vittima riceva aiuto, in alcuni casi questo si rivela assolutamente falso. Per paradossale che possa sembrare, la vittima di un qualsiasi incidente può trovarsi in una posizione più vantaggiosa se vi ha assistito una sola persona che non se vi sono stati più testimoni.

La ragione sta nel fatto che la responsabilità di aiutare la vittima ricade su una sola persona anziché essere distribuita tra molti. In altre parole, se ad un delitto o ad un caso imprevisto assistono molte persone, vi è una diffusione di responsabilità.

È o non è un caso di emergenza?

Il numero degli spettatori non è l'unico elemento a determinare se la vittima sarà assistita o no. La reazione a un’emergenza comporta diversi momenti. Prima di tutto, l'episodio deve essere notato e interpretato.

Il processo di interpretazione è essenziale, perché molti casi di emergenza comportano un'ambiguità: l'uomo sdraiato sul marciapiede può aver avuto un infarto o semplicemente aver bevuto troppo.

Il più delle volte ci adeguiamo all'atteggiamento degli altri: se hanno l'aria preoccupata, è un caso di emergenza; se rimangono calmi e imperturbabili, si può senza rischi ignorare l’incidente.

Il gioco dei numeri

Se in un caso di emergenza sono presenti parecchie persone, queste possono essere meno pronte a fare qualcosa di costruttivo rispetto a chi è solo. Ciò può accadere perché ognuno ritiene che non spetti a lui, in particolare, intervenire, oppure perché il comportamento passivo e controllato degli altri spettatori induce a credere che non si tratti di un caso di emergenza.

La vittima: chi viene aiutato?

In genere pensiamo che in un caso di emergenza qualsiasi tipo di persona viene aiutato. In realtà, pare che chi assiste ad un incidente è piuttosto selettivo nel decidere a chi prestare aiuto.

In genere, proviamo maggiore simpatia per le vittime ritenute irreprensibili, che non per quelle che danno l'impressione di esserselo cercato. Un ubriaco viene considerato responsabile della sua condizione. E inoltre aiutare un ubriaco che puzza, che può vomitare, che ha cominciato a lanciare ingiurie, comporta un “costo” maggiore.

È però interessante osservare che, se c’è un buon samaritano che offre aiuto, in genere si materializzavano altri volenterosi pronti ad aiutare.

Anche la razza della vittima e la sua avvenenza fisica entrano in gioco nella decisione di soccorso.

Perché dovrebbero essere così importanti le caratteristiche della vittima? Sembra che lo spettatore decida se intervenire o meno raffrontando il “costo” derivante dal dare aiuto (possibilità del male fisico, imbarazzo) con il costo derivante dal non recare aiuto (autocondanna e biasimo da parte degli altri), e la “ricompensa” conseguente al non recare aiuto (lode da parte di se stesso, della vittime e degli altri) con la “ricompensa” conseguente al non recare aiuto (continuazione di altre attività).

In questo delicato equilibrio di profitti e perdite, il costo sarà alto se la vittima è vista come sgradevole o disgustosa.

Conclusioni

Di tutti gli elementi che influenzano la propensione dei presenti a lasciarsi coinvolgere, nessuno ha un effetto più profondo dell'ambiguità o della mancanza di ambiguità del fatto. Se una persona è manifestatamente in disperato bisogno di aiuto, considerazioni quali la razza della vittima, la diffusione della responsabilità e l'influenza sociale hanno un effetto relativamente limitato: quasi tutti fanno quello che possono per aiutare, con prontezza e spontaneamente.

In altri termini, la vittima deve essere assolutamente convincente a proposito dell'autenticità della propria condizione e del proprio bisogno di aiuto.

Nei casi di emergenza, i presenti devono, per forza di cose, agire rapidamente basandosi su segnali relativamente scarsi.

Gli spettatori sono impegnati nella soluzione di problemi estremamente complessi, in condizione di grande tensione e con brevissimo preavviso.

Decidere se un avvenimento è o non è un caso di emergenza, e che cosa fare, è difficile perché la maggior parte di noi non ha esperienza di casi di emergenza.

Il problema dello spettatore è aggravato dall'ansia, che spesso annulla schemi di comportamento efficienti.

In sostanza, le persone presenti a un fatto di emergenza meritano probabilmente più elogi che biasimo. Per lo più, sono capaci di affrontare con sorprendente bravura avvenimenti sconvolgenti, complicati e in rapida evoluzione.

FONTI

Darley J.M. & Latané B. “Bystander Intervention in Emergencies: Diffusion o Responsibility”, Journal of Personality and Social Psychology, 8, 377-383 (1968)
Latané B. & Darley J.M. “The Unresoponsive Bystander: Why doesn’t he help? London, Appleton-Century-Crofts (1970)
Eysenck H. & Eysenck M. “La mente nuda” Rizzoli (1982)

D.ssa Maria Rita Milesi - Psicologa e Psicoterapeuta Bergamo
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